FORGOT YOUR DETAILS?

Un articolo interessante di LA STAMPA a proposito dell’ultimo prodotto innovativo di Google, Pixel Buds

by / giovedì, 12 ottobre 2017 / Published in Dotwall
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12 ottobre 2017 – Abbiamo provato le Pixel Buds di Google, le cuffie che vi faranno parlare in 40 lingue senza doverle studiare.

Finisce la maledizione di Babele: un paio di auricolari permettono di tradurre all’istante ogni conversazione. Ma sollevano anche una domanda fondamentale sull’intelligenza artificiale e sulla tecnologia in genere.

Una persona parla, un apparecchio traduce; l’altra sente quello che viene detto in un’altra lingua, e viceversa. Con le Pixel Buds di Google la maledizione di Babele è finita. Secondo la Bibbia, Dio mise fine alla lingua unica degli uomini per fermare la costruzione della torre, che altrimenti sarebbe arrivata fino al cielo. Le parole di uno diventarono per l’altro suoni senza significato, e la torre rimase incompiuta, a un tempo monumento alla ribellione dell’uomo e ammonizione alla sua superbia.

COME VANNO

Presentate da Google insieme ai Pixel 2 , le Pixel Buds sono passate un po’ sotto silenzio, visto che tutta l’attenzione era per i nuovi smartphone. A vederle sono cuffie bluetooth abbastanza anonime, con un cavo a tenerle insieme e una custodia simile a quella delle AirPods di Apple, che anche in questo caso serve come base di ricarica. Si infilano nell’orecchio, dove rimangono stabili grazie a un’ingegnosa piegatura del cavo, e si comandano sfiorando il guscio esterno dell’auricolare destro. Un tocco, un movimento verso l’alto o il basso permettono di accedere ai comandi del riproduttore musicale; tenendo il dito fermo per qualche secondo si avvia l’assistente di Google. E da cuffie di discreta qualità, le Pixel Buds si trasformano in un piccolo miracolo di tecnologia: sfruttando l’intelligenza artificiale, comprendono quello che si dice, e lo traducono in una lingua a scelta fra le 40 disponibili attualmente (ma ne sono previste altre). Così, ad esempio, basterà parlare in italiano, e dallo speaker dello smartphone una voce sintetica ma perfettamente comprensibile tradurrà quello che diciamo nell’idioma scelto, e lo stesso nell’altro verso. Tutto in un secondo o due, per intralciare il meno possibile la conversazione. Proprio come succedeva in un classico della fantascienza, la Guida galattica per autostoppisti, di Douglas Adams, dove però è un pesciolino giallo (Babelfish) a compiere il prodigio.

Google ha lanciato qualche tempo fa un’app per smartphone e tablet (anche Apple) che fa più o meno le stesse cose, ma l’esperienza con la cuffie è più naturale. Nonostante i quattro microfoni e il sistema di riduzione del rumore che dovrebbe rendere più chiara la voce, la nostra prova è stata in parte penalizzata dall’ambiente in cui si è svolta, con musica e molte persone, ma il funzionamento ci è sembrato affidabile. La prima sensazione è stata piuttosto inquietante, anche per chi ha già provato Skype Translator, il servizio di Microsoft che permette di tradurre chiamate audio e video fra 8 lingue diverse (e 50 se si usa il testo). Ed esiste un prodotto apparentemente simile alle cuffie di Google, le Dash Pro di Bragi, sul mercato dalla scorsa primavera.

NEI SERVER DI GOOGLE

Le Pixel Buds non costano nemmeno tanto, 159 dollari negli Stati Uniti: al momento funzionano solo con il Pixel 2, ma non è detto che un aggiornamento non le renda compatibili con altri smartphone Android e magari con l’iPhone. Non sarebbe difficile, perché in realtà in questo caso il telefono fa poca differenza: i dati sono inviati ai cervelloni di Mountain View, che traducono il testo usando le stesse reti neurali impegnate per Google Translate sul web. Ma questo vuol dire che una volta di più Google è in condizioni di conoscere l’argomento di una conversazione, più o meno come succede con le mail su Gmail. Sa – o può sapere – dove e quando quella conversazione si è svolta, probabilmente dal tono della voce sarà in grado di risalire all’età e alle condizioni di salute di chi parla, e mille altri dettagli che a prima vista sembrano irrilevanti, ma per esperti di marketing e pubblicitari saranno certamente preziosi.

E LA PRIVACY?

Di questo non si è parlato al lancio, e anzi Sundar Pichai e gli altri dirigenti saliti sul palco si sono affrettati a sottolineare i passi avanti nella tutela delle privacy di chi usa i servizi Google e i dispositivi Android. Qualche dubbio rimane, visto che il microfono dei nuovi Pixel è sempre all’ascolto, e in ogni momento è in grado di riconoscere una musica in sottofondo. Il punto è che non è necessario nemmeno sfiorare un’icona o usare un comando vocale, perché la funzione è già attiva. Secondo Mountain View, i calcoli vengono effettuati sullo smartphone e non trasmessi a Google.

Non è il caso degli speaker Google Home, tutti dotati di microfono sempre attivo. Bastano 49 dollari per mettersi in casa il modello più piccolo, un prezzo sufficientemente basso da giustificare l’acquisto impulsivo. A sua volta, Google Home si può usare per fare acquisti sul sito di Walmart, proprio come Echo per lo store Amazon.

Un altro esempio di intelligenza artificiale applicata alla vita di tutti i giorni è Google Lens, un occhio intelligente che riconosce le immagini e fornisce informazioni su monumenti e luoghi di interesse, fiori, vini, libri e altri oggetti di uso comune. Lo abbiamo provato in anteprima sul Pixel 2 e ha riconosciuto senza incertezze diverse immagini, facendo quello che fa ognuno di noi quando va su Google a cercare informazioni (peccato che non funzioni anche con le persone, alle volte sarebbe utile dare un nome a un volto che sembra conosciuto.)

 

FUNZIONA

Quello che manca, in questi e negli altri esempi di applicazione dell’intelligenza artificiale da parte Google è la trasparenza: non conosceremo mai i valori di esposizione, tempo di scatto, apertura, ecc impostati nelle foto, non vedremo mai le ricerche che hanno portato Google Lens a identificare quella rosa come una rosa, o a tradurre un’espressione idiomatica in un certo modo. “It just works”, funziona e basta, hanno detto e ripetuto sul palco gli ingegneri di Mountain View, citando più o meno consapevolmente uno slogan di Apple. Ma la domanda cui devono rispondere Google e gli altri grandi della tecnologia impegnati sull’intelligenza artificiale è proprio questa: come funziona? Secondo quali criteri decide cosa è giusto e cosa sbagliato, in una foto, in una ricerca, nella guida, nelle applicazioni che verranno e che toccheranno la nostra vita sempre più da vicino?

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