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Qualche mito da sfatare sulle emoticon

by / venerdì, 27 aprile 2018 / Published in Dotwall
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27 aprile 2018 – Con buona probabilità potremmo dire che tutti noi oggi abbiamo utilizzato un’emoticon (o emoj o faccina) almeno una volta. Queste (spesso) simpatiche faccine ci piacciono assai e le vediamo ovunque. Sui social network, ma anche sui prodotti di marchi globali.

Alcuni parlano di successo, altri di invasione, infine qualcuno ritiene che l’impatto sia sovrastimato. È il caso di Francesca Chiusaroli, docente di Linguistica all’università di Macerata. “È un fenomeno in qualche modo gonfiato dai mass media che ne parlano come di una rivoluzione. La mia percezione è che in italiano l’uso non sia così vasto e si limiti a un inventario ridotto, nonostante i tipi di emoji aumentino”. Ogni mese, infatti, il Consorzio Unicode rilascia nuove emoji, stabilendo se siano per esempio positive o negative.

Ma perché utilizziamo tanto queste benedette faccine? Da un punto di vista linguistico essenzialmente per un motivo: “già al tempo degli sms il rischio di questa scrittura che sostituisce in qualche modo il parlato era l’ambiguità” continua Chiusaroli.

“Cambia il contesto in cui si scrive e spariscono quelli che si chiamano segnali paraverbali come il tono di voce, l’espressione del viso o i gesti delle mani. Aumenta così il rischio di essere fraintesi. Le emoji sono diventate uno strumento per chiarire le nostre intenzioni comunicative”. Facciamo un esempio. Se scrivo un insulto a un amico, probabilmente si risentirà. Se scrivo esattamente lo stesso insulto accompagnato da una faccina sorridente, anche lui si farà una risata.

Le parole non cambiano, ma diversa è l’intenzione con cui sono trasmesse.

Concorda Giuliana Fiorentino dell’università del Molise: “nonostante la devozione scolastica per lo scritto, il parlato ha arsenali comunicativi più ricchi. Il codice scritto è in qualche modo una versione impoverita di quello orale”. Attraverso le emoticon cerchiamo in qualche modo di colmare questo divario tra scritto e orale. E lo facciamo sempre di più: “la scrittura digitale, diversamente dai primi anni, sta aumentando la mescolanza di elementi verbali e visivi”. Forse in Italia troviamo più emoji su WhatsApp, che è però difficile da studiare trattandosi di comunicazioni private. Qui può infatti succedere che “interi turni di conversazione, intere battute, siano occupate da emoji”.

Sulle emoji si spendono molte parole e molti sono i luoghi comuni che si sono diffusi. Tre sarebbero forse da sfatare. Alcuni credono che le emoticon siano un linguaggio universale. Ma attenzione: “perché passando da una lingua a un’altra, l’interpretazione delle emoji cambia. Oggi non si può parlare assolutamente di una lingua uguale per tutto il mondo”, afferma Chiusaroli. E anche se il consorzio Unicode o Emojipedia provano a stabilire un significato oggettivo, risentono entrambe “di un’impostazione anglocentrica. Partono dal significato inglese, la lingua di internet, ma poiché nelle altre lingue l’interpretazione varia, Unicode ha aggiunto una tabella di annotazioni sul significato attribuito in altri paesi”.

Qualche tentativo di trovare un significato unico per le emoticon è in atto. Francesca Chiusaroli, ad esempio, è una delle creatrici di Emoji World Bot, un progetto che “aspira attraverso il crowdsourcing a costruire un dizionario universale degli emoji, mettendolo queste al centro e non l’inglese. Così si creano le condizioni per parlare anche alle altre lingue. Ci stanno lavorando gruppi di paesi e università diverse, fra cui cinesi e svizzeri. Entrando su Telegram ognuno può fornire la propria interpretazione delle emoticon, un po’ come su Wikipedia. Una volta raggiunto un certo numero di persone che propongono lo stesso significato, questo diventa automaticamente l’interpretazione selezionata”.

Un altro timore piuttosto diffuso è che le faccine possano impoverire il linguaggio verbale o addirittura sostituirlo. I timorosi possono però dormire sogni tranquilli perché “di fatto vengono utilizzate in abbinamento alle parole, semmai appunto per trasmettere il tono di ciò che si scrive”.

Un ultimo luogo comune da dimenticare è l’utilizzo eccessivo degli emoji da parte dei giovani. “Forse li utilizzano di più gli adulti che non gli adolescenti. Questi ultimi sono infatti condizionati da una sorta di psicosi del bimbo-minchia che li porta a evitare l’uso eccessivo di abbreviazioni e faccine. Quando si cresce ci si libera poi da questi condizionamenti”.

Qui trovate l’articolo originale WIRED

 

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