Articoli recenti

TRADURRE MANGA: INSIDIE E PIACERI DEL GIAPPONESE

by / lunedì, 09 Novembre 2015 / Published in Dotwall

6 novembre 2015 – Sandro Cecchi vive a Trieste, insegna italiano agli stranieri e traduce dal giapponese da più di cinque anni. Collabora assiduamente con J-Pop, la divisione manga/light novel della casa editrice milanese BD. Nel corso degli anni Cecchi ha tradotto decine di manga e di romanzi, confrontandosi con le peculiarità, le incognite e le stimolanti difficoltà di una lingua così distante dall’italiano eppure ricca di fascino e di elementi rivelatori che guidano alla comprensione della forma mentis di un popolo misterioso ma non incomprensibile.

Perché sei diventato un traduttore dal giapponese all’italiano: per passione, per caso o per necessità?
Inizialmente è stata una passione, poi è diventato un lavoro continuativo. Leggo fumetti, soprattutto manga, sin da quando ero un ragazzino. Ai tempi dell’università iniziai a studiare la lingua giapponese e feci diversi viaggi in Giappone, frequentando scuole private locali durante i mesi estivi e un corso universitario di lingua giapponese che durò un anno. Dopo aver conseguito la laurea in Lingue e Civiltà dell’Asia Orientale, presso la Facoltà di Venezia, lavorai prima nell’ambito dei videogiochi ‘made in Japan’, traducendo testi e contenuti, passando successivamente alla traduzione di dialoghi dei fumetti nipponici. Oggi il mio lavoro primario come traduttore dal giapponese all’italiano riguarda i romanzi.

A proposito dei viaggi di studio di cui parli, l’università ti ha dato un supporto utile?
Sì, è proprio grazie alla Facoltà che sono entrato in contatto con i docenti con i quali ho studiato e lavorato in Giappone.

Quanto è stato importante vivere in Giappone ai fini dell’apprendimento della lingua?
Direi che è stato basilare. Si può studiare anche “in cattività”, ma se vuoi davvero apprendere un’altra lingua è necessario acquisire l’essenza della cultura che quella lingua esprime. Il motivo è semplice: la lingua fa parte della vita di tutti i giorni. Quando ci mettiamo in viaggio per ragioni squisitamente turistiche, l’elemento più rilevante è la meraviglia. Siamo piacevolmente stupiti o sorpresi da ciò che vediamo, ma restiamo al di fuori della realtà. Ritrovarsi in coda per espletare le pratiche necessarie a ottenere una forma di assicurazione sanitaria, per esempio, non ha nulla di
avvincente o magico, ma ti porta a capire come ci si relaziona – in modo pragmatico e diretto – con l’impiegato frettoloso che sta dietro a uno sportello o con chi, come te, sta attendendo il proprio turno e, se è dell’umore giusto, ti parla di sé e della propria vita. Ed è proprio in questi incontri casuali che entri a contatto con la realtà di un popolo, apprendendo chiavi di lettura che – come turista – non andresti a cercare. Dopo i viaggi-studio ho vissuto a Tokyo più di tre anni.

Essere ricettivi è funzionale a porsi in ascolto. Secondo te quanto è importante la lingua per capire la forma mentis di un popolo?
Per quanto riguarda la lingua giapponese, usarla ti aiuta a capire la mentalità locale. Ma questo vale anche per la lingua italiana. Oltre a tradurre io insegno italiano a scuola. Gli studenti mi fanno spesso notare che non esistono traduzioni precise di tutte le forme espressive della lingua italiana e questo è un punto interessante: i modi di dire inglobano un modo di pensare e di vivere, descrivono un contesto socio-culturale.

Nella lingua giapponese ci sono dei codici espressivi o comunicativi peculiari?
I registri lessicali rubricabili come ‘cortese’ o ‘formale’. Parlando con le persone comprendi che, rispetto alla lingua italiana in cui diamo del ‘lei’, c’è una differenza sottile, ma imprescindibile. Aggiungo un altro aspetto: la lingua giapponese consente di esprimere i sentimenti in maniera per noi indecifrabile.

Cosa intendi?
Esiste un mondo di sottintesi, di frasi lasciate in sospeso o volutamente interrotte a metà. E’ l’interlocutore a terminare la frase in oggetto con una propria interpretazione. L’uso ridotto al minimo dei pronomi personali, o della declinazione maschile – femminile, porta all’ampio impiego di riferimenti generici. Poi ci sono i suffissi grammaticali che, in tutt’altra maniera, aumentano la sicurezza o l’incisività di una determinata espressione, ma non incidono sul significato.
Quindi i fraintendimenti sono frequenti ma, in compenso, l’interlocutore può metterci del suo.

Tutto ciò come si riflette sul lavoro di traduzione?
Per quanto riguarda la traduzione di romanzi è necessario intervenire per fare chiarezza. Certe frasi brevi vengono necessariamente sottoposte a una trasformazione, affinché attraverso una perifrasi più articolata e complessa, si riesca davvero a trasferire in chi legge il significato e il senso. Quindi il ritmo cambia e la difficoltà consiste nel riuscire a mantenere lo stesso tono pur aggiungendo quelle parole ‘chiarificatrici’ che permettono di esplicitare anche le sfumature e facendo in modo che, con la sintassi italiana, si faccia il lavoro corretto.

Qual è stato il tuo debutto professionale come traduttore dal giapponese all’italiano?
Dopo l’apprendistato ‘video-ludico’ nel 2009 ho esordito professionalmente, l’anno dopo, con la traduzione dei testi di “Devil May Cry”, il manga di Suguro Chayamachi tratto da un franchise che comprende anche video-giochi e merchandising. Ciò che ricordo è che, essendo la prima volta, ero un po’ in ansia ma, superato il primo scoglio, è andato tutto bene. Le difficoltà le ho riscontrate quando ho ampliato il raggio d’azione: rapportarsi solo con i manga è una cosa, lavorare anche sui film d’animazione (i cosiddetti animé), o sui romanzi, è completamente diverso.

Perché?
Perché i fan non sono gli stessi. C’è un mondo e un immaginario che è proprio di ognuno dei “mondi” che ho citato. Chi segue un certo filone o uno specifico titolo è molto preparato, pertanto l’aspettativa è alta. Per quanto concerne i video-giochi sono le case produttrici a dare delle linee-guida ad uso dei traduttori. Nei manga e nei romanzi, invece, è proprio chi traduce a dover capire dove tira il vento, cioè a dover individuare le specificità o a dover scovare le insidie.

Manga, animé, romanzi e saggi: per ognuno di essi esiste un giapponese ‘standard’?
Sì e no. Partiamo dai fumetti: nei balloon cioè nelle nuvolette ci sono le parole di un personaggio o dell’altro, è la lingua di tutti i giorni. A volte gli aspetti antropologici influiscono: se il personaggio in questione arriva da Osaka, per esempio, sarà gioviale e allegro, quindi adotterà una perifrasi che – per capirci – è assimilabile a quella di un nostro materano o di un estroverso italiano del Sud. Certo, sono stereotipi, ma gli stereotipi si trasformano in maschere e servono a delineare caratteri o attitudini. Nei romanzi, invece, lo stile e il modo di raccontare è importantissimo, fatta eccezione per i cosiddetti light novel, in cui la lingua è specchio della contemporaneità e niente affatto ricercata.

Nel tuo curriculum ci sono più video-giochi, manga o romanzi?
Manga e romanzi. Quando parlo di romanzi intendo, come dicevo poco fa, i light novel che, contrariamente ai romanzi tipici, fanno parte di un pacchetto articolato. In questo pacchetto, o franchise, i personaggi sono gli stessi e, da essi, si ricavano romanzi, manga, animé, video-giochi, ecc

Il web fa parte di questa forma di franchise basata sui character?
Sì. Uno dei light novel su cui ho lavorato recentemente è Sword Art Online di Reki Kawahara, nato come opera web che prendeva le mosse dai video-giochi. Visto il successo è nata la trasposizione manga e quella in forma di romanzo, infine l’animé. Io ho tradotto la seconda serie manga e poi ho lavorato sul light novel. I wiki online aiutano molto i traduttori come me: i fan più sfegatati scrivono e pubblicano moltissime informazioni che spesso fungono da guida per chi fa il mio lavoro. I wiki dedicati a un personaggio o all’altro sono vere e proprie opere di consultazione a cui, di quando in quando, mi è capitato di contribuire con piccoli interventi.

Quanto è importante, per te, rapportarsi con chi fa il tuo stesso lavoro?
Non ho contatti frequenti con altri traduttori, mentre lavoro a stretto contatto – anche se a distanza, per ragioni pratiche – con gli editor della casa editrice, con i quali mi confronto ogni qual volta si renda necessario. L’editor è la persona che ha la responsabilità della coerenza tematica all’interno del titolo o della serie.

Quanto tempo ci vuole per tradurre un manga? Quanto per un light novel?
Tradurre una pagina di manga può portare via tanto tempo, se nei balloon c’è molto testo. Se invece si tratta di scene ambientate su un campo di battaglia e ci sono pochi dialoghi a fronte di rumori di lotta, allora il tempo richiesto è piuttosto poco. Per un volumetto brossurato (o, come li chiamano in Giappone, tankobon) di 256 pagine ci vuole una settimana piena di lavoro, con una media di otto ore al giorno. Per i romanzi è più difficile fare una stima, dipende da come è scritto. Le prime pagine sono solitamente le più difficili e, al contempo, le più importanti, perché capisci qual è il lessico tipico dell’autore, individui i termini usati più frequenti o anche il gusto del romanziere, cioè quali atmosfere gli piace creare o evocare. Comunque, facendo una stima quantitativa, per un libro di 300 pagine ci vuole un mese e mezzo.

Rispetto a quando cominciasti, nel 2009, cos’è cambiato nella tua vita di traduttore?
Il grande cambiamento avvenne due anni fa, quando iniziai a tradurre romanzi, attività più creativa rispetto al tradurre i testi dei manga. Per quanto riguarda la quantità di lavoro, è costante: nel nostro paese c’è un grande pubblico interessato a manga, animé o light novel. Ma ciò che conta, per me, è fare al meglio questo lavoro, assolvendo alla funzione di anello di congiunzione tra autori e fruitori. I manga e i light novel sono un modo semplice ma efficace di avvicinarsi alla cultura giapponese quindi la loro funzione va tutelata, a partire da una buona traduzione.

di Maurizio Principato

Tagged under: , ,
TOP